mercoledì 8 luglio 2026

Epifanie d’estate: dall’aula all’ospedale

Il ragazzo parla di “Epihany”, epifania, uno dei temi-chiave della poetica di James Joyce: un gesto, un dettaglio, un suono improvviso che arriva come una rivelazione. E nel sentirlo parlare in modo così maturo, fluido, convinto di ciò che dice e di come lo dice, mi viene in mente un’immagine: una goccia d’acqua che lentamente si stacca da un fiore per volare via nell’aria. La crisalide che diventa farfalla. Siete maturi, ragazzi, quando sentite di seguire un’ispirazione e le date forma attraverso le parole. In quest’ultimo esame di maturità e non più di Stato, vi abbiamo sentiti parlare di sogni, di percorso fatto fin qui, di punti di forza e di debolezza. Avete portato la vita nelle aule dove avete discusso l’orale e, nonostante le temperature equatoriali che annebbiavano i neuroni, mentre vi ascoltavo mi sono segnata una frase: “Io non ho paura del cambiamento”. Bravi, altro che paralisi, sempre per citare Joyce. Dinamismo, curiosità, attività extra-scolastiche, puntare in alto fino allo spazio. E chissà dove vi ritroveremo tra qualche anno? 

Intanto, nel mondo di fuori si consuma un altro incendio di mezza estate. Non le temperature infernali e nemmeno le guerre o le crisi diplomatiche a colpi di social. Tre medici di base, tutti assieme, comunicano la “cessazione dell’attività”, esattamente un giorno dopo la cessazione stessa. Oibò, e come si fa? Ci lasciate così, in braghe di tela – è il caso di dirlo vista la stagione – senza medico, senza possibilità di richiedere ricette, essenziali non soltanto per noi “giovani” ma soprattutto per l’ampia popolazione di anziani che anima la città? Il dramma corre di Distretto sanitario in Distretto. Telefoni occupati, scambio di email e l’epifania del giorno di apertura straordinaria di tre distretti sanitari, per venire incontro proprio agli assistiti inferociti dei tre medici. Tre numero perfetto, trinitario per eccellenza, qualcosa di sacro si nasconde anche qui?

Via della Pietà ha già un nome con una grazia speciale. Ed è lì che mi dirigo, con un’ora e mezza di anticipo rispetto all’orario fissato. Arrivo che ci sono già una dozzina di persone. Chi è l’ultimo? Ci accordiamo tra noi prima che inizi la distribuzione vera e propria dei talloncini con i numeri ufficiali. Sappiamo già che prima c'è la signora con il ventaglio, il signore viene dopo, e i signori poi sono stati tra i primi a tagliare il traguardo con una certa rabbia in corpo visto che in un altro Distretto la distribuzione di 100 talloncini si è polverizzata in un soffio.

Il tempo non manca per fare due chiacchiere: c’è la signora che ha il diabete, segue una terapia del dolore, ha un marito gravemente malato e non riesce proprio a capacitarsi che il medico di base l’abbia abbandonata così, senza anticiparle nulla. Un'altra signora è paciosa, tranquilla, un volto sereno, sembra quasi non essere lì per motivi di salute, mentre un’altra racconta della mamma che è morta a 92 anni dopo una vita da contadina trascorsa fino all’ultimo a lavorare a contatto con la natura. Che boccata d’aria in quel triste corridoio d’ospedale, dove intanto si stanno assiepando decine di persone. E il brusio cresce, perché chi parla con il vicino sordo, chi fa la battuta per sdrammatizzare. E c’è persino chi, nel ronzìo quasi da aula scolastica, trova lo spazio mentale per leggere un libro in piedi.

“Scusate, vi chiediamo di fare silenzio perché qui stiamo lavorando!”. Più volte il personale sanitario esce dagli uffici che si affacciano sul corridoio diventato sala d’attesa con poche sedie e tanta gente in piedi. Risposta puntuale, alla triestina: “E perché qua xe qualchidun che lavora?”. Meno male che non si accendono ulteriori fuochi e una gentile signora del Distretto percorre più e più volte il corridoio per aiutare con la documentazione e le fotocopie, si informa, è disponibile - udite, udite, anche nella città della “scontrosa grazia” -, dice che l’idea di questa apertura straordinaria l’ha avuta lei, e però un po’ se ne pente perché poi puntualmente scoppiano le proteste.

Ed ecco il momento della distribuzione dei biglietti agognati. La signora addetta a dare i numeri è circondata: chi si protende allungando le mani come un mendicante, chi, vedendo che i turni stabiliti all’inizio non sono rispettati inizia a protestare (e perde la priorità acquisita), chi – pur arrivato tra gli ultimi – agguanta con voracità il bigliettino, chi placidamente prende un biglietto e torna al suo posto. Epifanie finali: la signora più calma, che si accorge di aver preso il biglietto con il numero precedente rispetto a quello dell’altra che era arrivata prima di lei, glielo cede con naturalezza. E tutti ritornano sorridenti, e la fila va avanti, e la storia finisce nel migliore dei modi.

Ma lo sa che ha davvero un bel carattere, signora? “No, è che io sono fortunata in questo”. Fortunata, ma anche generosa, e vera donna di pace. Epifania verace di questo mercoledì 8 luglio 2026.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Descrizione perfetta ....humor sottile....sempre più brava