venerdì 15 dicembre 2006

Rido

E faccio ridere.
Per uno che vuol fare il comico è una grandissima soddisfazione.
'Prof, l'ho guardata e mi è venuto da ridere'. Lo studente indiano, tra i pochi pervenuti oggi, mi guarda mentre guardo gli alberi del Lungotevere, assorta al pensiero della poesia di Dante, che per trasfigurare la natura fa 'vestire di raggi' il colle vicino alla selva della perdizione. Guardo i platani con le foglie secche appiccicate come palline sugli alberi di Natale. Stessa precarietà, stessa sorte di cadere a terra un giorno o l'altro. E' rispuntato il sole e l'arancione-foglia-invernale risalta ancora di più, e mi perdo nella contemplazione del colore, mi perdo come Dante nella selva oscura solo che qui ci sono pochi alberi sparuti, e un ragazzo indiano a pochi centimetri da me, che ha appena letto le prime terzine dell'Inferno.

Lui, solo in classe, e davanti la prof di profilo (la parte più cosmeticomica) con lo sguardo fisso fuori dalla scuola. Ansia di libertà, anelito di poesia, desiderio profondo di fuga. E lo studente si accascia su Dante, a ridere. Non so, caro il mio sommo poeta, se questo è l'effetto che tu pensavi di fare nei tuoi lettori. Non so se sei felice di essere finito dietro le monete da 2 euro. Sono tante le cose che non so, che più vado avanti, e più sono felice di non sapere. Sappi però, nell'aldilà dove ti trovi (Paradiso? Purgatorio? Inferno feroce?), che qui qualcuno ride suoi tuoi versi. Sempre meglio che piangere di dolore. In fondo tu la tua opera l'avevi intitolata 'Comedìa'. E la commedia dell'insegnante che ti insegna ad un indiano di Kerala, un sorriso, via, lo strappa anche a te.

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