giovedì 9 agosto 2018

Siamo tutti nella stessa barca


Apprendiamo con un certo sgomento, frammisto ad ilarità repressa, che l’attuale governo del cambiamento ha intenzione di porre mano anche ad una quanto mai urgente revisione e censura dei proverbi italiani.

“Siamo tutti nella stessa barca”, per esempio, nella traduzione inglese “We’re all in the same boat”, è stato di recente stigmatizzato in quanto reo di andare in direzione contraria rispetto alle direttive governative in tema di mare e migranti. Il proverbio è stato scelto come slogan della prossima Barcolana, regata velica che si svolge da 50 anni nel golfo di Trieste, diventata ormai evento di grande rilievo internazionale. “Un manifesto che fa inorridire, diffuso proprio mentre il ministro degli Interni Salvini è impegnato a ripulire il Mediterraneo”, ha dichiarato il vicesindaco leghista della città (Repubblica, 8.8.2018, p.22).

Sulla stessa onda, si attendono dichiarazioni revisioniste e proposte censorie su versi di canzoni quali “E la barca tornò sola”, con il correlato “Mare crudele-mare crudele”, da espungere dalla canzone di Renato Carosone in quanto ritenuto offensivo nei confronti delle attuali politiche migratorie, seppure salvato in corner da quella strafottente ripetizione di: “E a me che me ne importa?”.

Censura completa su refrain di grandi classici del repertorio pop italiano quali “Vorrei la pelle nera” oppure su versi troppo espliciti come i seguenti: “Pittore ti voglio parlare, mentre dipingi un altare. Non sono che un povero negro, ed un favore ti chiedo”. Nonostante la provenienza veneta, verranno certamente sanzionati presto anche i Pitura Freska con il loro ormai antico motivetto “Sarà vero/dopo Miss Italia aver un Papa nero?/No me par vero”.

Tutti da rivedere anche i modi di dire che tirino in ballo i neri, quali “essere una pecora nera”, “vedere nero” et similia. Troppo schierati.

Inoltre, c’è da aspettarsi di questo passo una seria revisione di tutto il fenomeno migratorio italiano, affidata a menti illuminate che presto ci informeranno che tutti gli italiani emigrati all’estero o semplicemente dal Sud al Nord Italia a partire dagli inizi del Novecento, altro non erano che crocieristi in vacanza.

Non sia mai, poi, che qualche rappresentante del governo del cambiamento rilegga nel tempo estivo un breve racconto di Leonardo Sciascia (Il lungo viaggio, tratto dalla raccolta Il mare color del vino), in cui si racconta di un gruppo di emigranti italiani in fuga verso l’America, ingenue vittime di un subdolo raggiro che farà loro credere di essere arrivati a New York mentre in realtà la barca ha solo fatto il giro della Sicilia, e tutti sbarcheranno esattamente a casa loro, da dove erano partiti. Cinismo estremo dell’impresario, o scafista come si direbbe oggi, che qualcuno potrebbe prendere come spunto da applicare in zona libica.

Fortuna che questa è realtà virtuale di un sogno di mezza estate, mentre restando nella realtà reale mi permetterei di consigliare la visione di "L'Italia della Repubblica: un popolo di emigranti", documentario andato in onda qualche sera fa su Rai Storia. E.Olivero, fondatore del Sermig di Torino, con volto calmo e sereno, concludeva dicendo che proprio l’emigrazione dal Sud al Nord Italia tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta ha umanizzato e dato calore ad una terra che sarebbe stata molto più fredda senza quel vitale apporto di Meridione. Da vedere. Per sognare come ancora oggi il nostro Paese può restare e diventare più umano proprio grazie a chi scappa da terre ostili.



giovedì 21 giugno 2018

Pietre preziose

E dunque, finalmente, una notizia di cui rallegrarsi. Nel mare di disperati che annegano nell’indifferenza generale, apostrofati da una delle più alte cariche dello Stato come turisti che non possono "decidere loro dove cominciare e finire la crociera”, in mezzo al mare delle cattive notizie e della cronaca nera nella quale molti ormai hanno preso gusto a crogiolarsi se non altro perché pare faccia salire l'audience, ecco comparire all’orizzonte un pezzo di sole giallo bello forte. Quasi da insolazione di agosto. Eppure è giugno. E sono appena iniziati gli esami di maturità per mezzo milione di studenti italiani.

E la buona notizia è proprio questa. Che una buona scuola c’è davvero se qualcuno ha proposto tracce intelligenti, umane e piene di sensibilità come quelle che il mezzo milione di studenti si è trovato a leggere ieri nell’ansia del dopo-notte prima degli esami: l’uguaglianza nell’articolo 3 della Costituzione, il tema della solitudine nell’arte e nella letteratura, la creatività come vero capitale umano sul quale scommettere, e ancora una pagina di letteratura di G.Bassani come spunto per riflettere su come le leggi razziali del ’38 abbiano annientato la vita degli ebrei italiani nel secolo scorso. 

La generazione del ’99, quella che un secolo fa venne chiamata a combattere sul fronte della Grande Guerra, ha combattuto ieri un’altra importantissima battaglia. Quella di restare per 6 ore senza cellulare a pensare e scrivere su un pezzo di carta bianca a righe, anche detta carta protocollo. Un oggetto vetusto, forse in via d’estinzione, eppure tanto pieno di sorprese per chi scrive e per chi poi dovrà leggere. Quando ricapiterà mai? Sei ore per riflettere su F.Petrarca, che nel ‘300 scriveva nel De vita solitaria che la solitudine permette di “stare come in un posto di vedetta, osservando ai tuoi piedi le vicende e gli affanni degli uomini [...] e così dimenticare gli autori di tutti i mali che ci sono accanto, e talvolta anche se stessi”.

Sei ore per lasciarsi illuminare da Alda Merini ed Emily Dickinson, non a caso due voci di poesia femminile capaci di parlare di solitudine con l’essenzialità di un verso, per ritrovare “un’anima al cospetto di se stessa – infinità finita”. Sei ore per renderci conto che ciascuno di noi ha un talento e che vale la pena scoprirlo, spegnendo per qualche ora il cellulare ed accendendo cuore e cervello, perché “è solo quando ci sono condizioni e tempo per riflettere che possono rivelarsi intuizioni preziose, soluzioni impreviste” (C.Bordoni, La noia creatrice, 2017). E che ci sono “tempi per esplorare la strada maestra e tempi per scrutare le vie laterali. E, forse, i tempi più intensi sono quelli in cui il richiamo delle vie laterali ci porta a cambiare strada maestra, o piuttosto a farcela scoprire per ciò che era già ma ancora non comprendevamo.” (G.Didi-Huberman, La conoscenza accidentale, 2011).

C’è appunto bisogno di tempo. Quello che oggi le nuove tecnologie ci stanno strappando secondo dopo secondo se non ci autoregoliamo da soli. Tempi vuoti, tempi di noia, tempi da non riempire per forza con qualcosa. “Ti viene qualche dubbio su dove stiamo andando”, raccontava in treno un giovanissimo e talentuosissimo biologo di Latina ad un suo coetaneo triestino della minoranza slovena, teatrante e agricoltore al tempo stesso. “E’ sempre tutto molto veloce, quando guardo mia sorella rimbambita davanti ad Instagram mi cadono le braccia…certo, detta così sembra che facciamo discorsi da vecchi”, ammettevano i due ragazzi. Ma poi il finale, grandioso: “Tornare all’agricoltura. E’ lei che decide il tempo.”

Qualcuno ha scritto che si tratta di una “scommessa mancata”, che i ragazzi temi del genere non saranno in grado di affrontarli, ma personalmente credo invece che i ragazzi del ’99 stupiranno gli adulti sfiduciati e pessimisti che stiamo diventando con il tempo che passa e le numerose crisi – reali o virtuali – che ci circondano.
Il capitale umano siamo noi, e siamo noi adulti assieme ai ragazzi che diventeranno gli adulti di domani. E’ possibile far finta di niente, abbrutirci con il cinismo, la cattiveria, la maleducazione, il pensar male, le calunnie e la diffamazione: esperienze quotidiane che alcuni vivono ancora oggi negli ambienti di lavoro del progredito e civilissimo occidente. E’ possibile chiamarci fuori dicendo che in fondo noi il nostro dovere lo stiamo facendo, è colpa degli altri. Ma, come ebbe a cantare un caposaldo del pensiero filosofico italiano nazional-popolare parecchi anni fa, “gli altri siamo noi”. Non ci vogliono grandi politologi o politicanti dell’ultim’ora a darci nuove regole di convivenza civile. Basta anche riprendere Umberto Tozzi del ’91. Anacronistico dite? Il problema sarà quando anacronistiche saranno considerate le tracce dei temi dati ieri all’esercito del mezzo milione di maturandi. E speriamo davvero che questo non accada mai.

sabato 15 aprile 2017

Tirocigno d'amore

La natura ci cura. Ci consola, conforta, allarga l'orizzonte. E' come quando si prega: vedi oltre l'orizzonte visibile, e dilati il cuore. Vedere un cigno bianco, creatura delicata ed elegante, che solca il mare di un canale industriale inquinato e maleodorante, riapre alla speranza. La purezza che non ha paura di sporcarsi, cercando l'essenziale: un riparo, un luogo in cui viaggiare per un po', e magari anche trovare il coraggio di generare nuova vita. 

Qualcuno stenta a crederci. A credere ancora alla bellezza, alla bontà, all'autenticità. Eppure è vero: una coppia di cigni bianchissimi ha fatto un nido accanto ai rovi e agli sterpi, davanti ad una fabbrica che non conosce festività e domeniche e lavora sempre, ad ogni ora, producendo un rumore sordo continuo. Ma la cigna, evidentemente, non teme. Sa di avere accanto un compagno fedele e previdente, che saprà difenderla al momento opportuno. E si offre agli sguardi di chi passa: qualche camionista, sparuti pescatori, un fotografo, solitari abitanti di periferia, e una signora che ogni sera viene in visita. 

"Se non vengo sto male", dice la signora, che ha trovato in queste creature quella bontà e mitezza che pare in via di estinzione tra gli umani. Sa tutto di loro: usi e costumi (i cignetti nasceranno tra 40 giorni, e a un certo punto li coverà anche lui), alimentazione (pane sì, ma ammorbidito nell'acqua), viaggi, spostamenti, e pure qualche notizia di cronaca nera animale. Ma, più che la curiosità o il desiderio di conoscenza, è l'amore a guidarla. Quei cigni sono diventati la sua famiglia. Ha combattuto con un tumore, si è scontrata con la sanità locale, con l'indifferenza e la mancanza di pietà. Se accende la radio e sente le brutte notizie di un mondo in guerra, preferisce spegnere perché le sale la rabbia. Perché a suo parere gli Stati dovrebbero occuparsi di non vendere armi ed investire piuttosto nella scuola, nella sanità, nel bene pubblico. E solo così allora, "lei avrebbe un sorriso grande così e anch'io avrei un sorriso grande così". 

Però mentre parliamo, il sorriso arriva. Perché se si comunica davvero con il cuore, non si può non sorridere, almeno ad un certo punto della comunicazione. Per simpatia, per empatia, per solidarietà. Ed è straordinario come, grazie al miracolo di una coppia di cigni che sta per partorire nuova vita in una zona industriale di una città del Nord Est, si accenda la vita anche tra gli esseri umani. Aveva ragione quello studente di tanti anni fa che, in un tema sullo stage appena concluso in officina, scrisse: "un tirocigno molto formativo". Oggi questo "tirocigno" mi appare in tutta la sua brillante chiarezza. Abbiamo tutti bisogno di un lungo, istruttivo tirocigno d'amore. Per reimparare a non farci troppo del male, e a prenderci cura gli uni degli altri. Senza pretendere che l'altro sia quello che voglio io, senza aspettarsi nulla, nella consapevolezza di non poter fare più a meno di questo amore.

Vedi che scherzi ti gioca questo aprile. Quale nuova saggezza porta con la primavera. E' il più "crudele dei mesi", come dice T.S.Eliot citato da una cara amica quasi ogni anno ma quest'anno no. Forse perché quest'anno è stato marzo a sfoderare una certa sua amara crudeltà. Se ne sono andate due persone carissime in poche settimane: Simona e mio padre. I giornalisti, quando scompaiono i famosi, dovrebbero avere sempre pronto un "coccodrillo" per commemorarli, ma quando bisogna ricordare un'amica e un padre non si possono avere parole pronte così, in poche battute. 

Cara Simona, tu il tirocigno l'avevi fatto, eccome se l'avevi fatto. Un animo generoso, una voce dolcissima, una meravigliosa ironia e voglia di ridere. Te ne sei andata all'improvviso a 45 anni, dopo che avevamo condiviso l'avventura più inaspettata e incredibile di questa vita: il concorso per diventare insegnanti, noi che eravamo state giornaliste free-lance per gran parte del nostro tempo mortale. 
Caro padre, che dire anche a te? Un po' ci hai fatto penare, a me e alla mamma (e noi abbiamo fatto penare te!), ma sono felice che tu ora possa vedere cieli nuovi e terra nuova. La tua anima ne aveva tanto bisogno. E sono certa che il tuo tirocigno l'hai fatto anche tu abbondantemente. E pazienza se a volte non ci siamo proprio capiti al volo. Avremo tutto il tempo del mondo per ritrovarci pienamente in sintonia.

Forse un breve tirocigno lo auguro a chi, in ospedale, si è lasciato trascinare dalla routine, dal fatto che un anziano con una malattia neurodegenerativa importante diventa in pochi istanti soltanto un letto di ospedale e non più una persona bisognosa di cura costante e di vicinanza amorosa. Scherzando, mi è più volte sfuggito che non occorre andare in Svizzera per farla finita. Basta semplicemente finire al Pronto Soccorso nelle mani di chi non conosce la tua storia e ti separa dalle uniche persone che ti tengono in vita con il loro amore. Ma domani è Pasqua. Ed è la festa della vittoria della vita su ogni morte e ogni ferita. Dunque apriamoci a questo squarcio di gioia e perdoniamo tutto il resto. Viva i cigni di periferia. 

lunedì 5 settembre 2016

Piovono santi sotto il cielo di Francesco

Chissà se se lo sarebbe mai immaginato quello scricciolo di donna dal sorriso buono che un giorno Roma si sarebbe svegliata quasi in assetto di guerra, con sirene ed elicotteri in cielo, e fischietti delle forze dell'ordine per far sfrecciare le autoblu, e la facciata di San Pietro decorata con il volto di una suora incorniciata di bianco e di azzurro, e più di centomila persone a riempire la piazza, e tutto questo per lei?
I santi non sanno mai di essere così santi. Vivono e basta. Obbediscono ad una chiamata, ad un'urgenza interiore, ad una forza a cui non si può dire no. 

Così è stato per Madre Teresa, ed è bello che alla fine della sua santificazione di ieri, in una piazza San Pietro bagnata da un sole cocente, Papa Francesco abbia aggiunto, in finale, che "non sarà facile chiamarla Santa Teresa, continueremo a dirle Madre Teresa". Non a caso madre, non a caso un nome che appena lo pronunci, senti il cuore che batte. "Forse non parlo la loro lingua, ma posso sorridere", diceva.

Via della Conciliazione è vuota mezz'ora prima dell'inizio della messa. Controlli stretti ma non si respira la tensione di altri grandi eventi. Bottigliette d'acqua distribuite dalla Protezione civile, e quel senso del pellegrinaggio che ti prende quando vai a San Pietro a piedi, e non vedi l'ora di ritrovarti nella folla, per odorare, guardare, sentire che davvero esiste una Chiesa cattolica, cioè, alla lettera, universale. Non ci sei solo tu e nemmeno la tua piccola comunità di riferimento. C'è un mondo che si ritrova per celebrare, cantare, lodare, pregare, stare in silenzio. O anche semplicemente guardare. 

Bambini, anziani, facce che sembrano parenti, lingue astruse, inglese superstar, spagnolo papale, sudore internazionale, cappellini e foulard per il sole, schiene abbronzate, volti paonazzi, sorrisi gratuiti, una mamma che allatta e prega, suore, preti, handicappati, una corale predisposizione alla bontà, alla tenerezza, come se proprio questi momenti fossero piccoli balsami lungo la strada. Soste rinfrancanti sul cammino. Qualcuno che ti offre da bere quando hai sete di speranza, di gioia, di accoglienza. Come se quell'abbraccio del colonnato di Bernini diventasse carne. E ci rendesse tutti più umani. 

Ma il sole non perdona. E allora molti preferiscono l'ombra e il maxischermo su via della Conciliazione. Molti di quelli che non hanno preso il biglietto d'ingresso e però non hanno voluto mancare a questo grande giorno. Un grande giorno per una donna minuscola. Quella donna che in un esame di giornalismo di una decina di anni fa, avevano chiesto di paragonare a Shirin Ebadi: due premi Nobel per la pace, due donne, una cattolica, l'altra musulmana. Una santa dei poveri e un'attivista per i diritti umani. Entrambe con il cuore lacerato dalla sofferenza per chi non ha voce. Per chi tende la mano e non trova nessuno dall'altra parte. 

I più belli sono gli indiani. Le tante famiglie indiane accorse per l'occasione. Le donne nobilmente vestite con colori da favola, mariti e figli più occidentali. Alcuni sono perfettamente bilingui. "Papà, ma è finita la messa? Se n'annamo?" Segue risposta del padre in indiano stretto. E poi c'è l'occidentale vestita da indiana che un po' vorrebbe contestarla questa cerimonia vaticana in grande stile, e si aspettava da Francesco qualche discorso più tuonante sulla povertà. Perché noi se non contestiamo non siamo contenti. E' ormai un vizio che ci contraddistingue, e infatti le culture dei Paesi altri ci stupiscono sempre perché ci sembrano tutti fin troppo contenti e gentili, mentre noi pare che abbiamo sempre da digerire rospi. Anche quando ci offrono pranzi sopraffini. 

Papa Francesco consegna ufficialmente questa nuova santa non alla Chiesa, non ai cristiani, non a chi crede o ha il bollino del bravo cattolico. "Oggi consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata - ha detto il Papa - a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità! (...) Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio". E quando oggi, davanti all'ennesimo povero disgraziato che chiedeva la carità nel centro di Roma, ho preferito non incrociare il suo sguardo, anche perché impegnata a registrare sul cellulare una spettacolare versione di 'Every breath you take' eseguita da un giovane chitarrista davanti al Pantheon, questa frase me la sono sentita come una freccia nel fianco. 

giovedì 21 luglio 2016

Tempo di luce

‘Look on the bright side’, recita la maglietta del giovane stagista-filmaker che va pazzo per le stanze buie degli orrori.
‘E’ tempo di risplendere’, fa eco il titolo del ‘Kilowatt Festival’ di quest’anno a Sansepolcro (15-23 luglio): tra campi di girasoli e un dolce paesaggio toscano-umbro che rilassa la testa, spettacoli, performance, poesia, mostre di fotografie (commovente ‘Il mare negli occhi’ di Riccardo Lorenzi: volti che luccicano da Lampedusa), e pure il concerto dei Tiromancino in piazza. 

Un piazza piccola, raccolta, con il sapore del borgo dove si conoscono tutti, e viene naturale chiacchierare e guardarsi negli occhi. Anche con i ristoratori che ti raccontano antiche leggende della famiglia Buitoni e delle caramelle Rossana, entrambi originari di questo paese a due passi dal santuario francescano della Verna e da Pieve S.Stefano, la città dei diari.

La sera prima seduti sulle sdraio come in una spiaggia, per ascoltare Piergiorgio Odifreddi che sfida la pioggia in omaggio al ‘De rerum natura’ di Lucrezio, tuonando come d'abitudine contro preti, religioni e religiosi. E prima ancora, dentro un’ex chiesa, la poetessa Mariangela Gualtieri che snocciola poesie come ciliegie, una dopo l’altra, una più intensa dell’altra, per chiudere con un cantico delle creature contemporaneo, inno di ringraziamento universale per riconciliarci con i nostri simili e con la terra.


"Ringraziare desidero per l’amore, 
che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità, 
per il pane e il sale, 
per il mistero della rosa 
che prodiga colore e non lo vede".

Una giovane compagnia di romeni porta in scena, o meglio in cortile (perché la specialità del ‘Kilowatt’ sono i luoghi, oltre alla scelta degli spettacoli, parzialmente affidata a spettatori ‘Visionari’) un episodio di cronaca locale che magari sarà sfuggito ai più: lo sfruttamento delle miniere di Roșia Montană, e le lacerazioni provocate nel tessuto sociale di questo piccolo centro nel cuore dei Carpazi. Si recita in inglese e romeno con traduzione, ma alla fine è il gesto che conta: una braccio poggiato sulle spalle, una carezza sul volto. Ecco cosa rimarrà sulle macerie di tante parole.

E proprio sul linguaggio, infatti, riflette questa edizione del ‘Kilowatt’. Sulle parole che pronunciamo senza nemmeno pensare, e su quelle pesanti come pietre, che a volte condannano e opprimono. “Ci guidano i poeti – scrivono Luca Ricci e Lucia Franchi, ideatori e animatori di questo festival energetico che esiste da 14 anni - perché, se vogliamo risalire dal fondo in cui ci sentiamo precipitati, dobbiamo lasciare da parte il chiacchiericcio quotidiano e dare importanza a chi parla bene, a chi scrive e pensa bene”.

Magari perdendosi prima in quel grammelot 'Mad in Europe' di Angela Dematté, che raccontando il disagio di una donna impazzita al Parlamento europeo, sembra sussurrare una piccola grande verità: potremo parlare tutte le lingue del mondo, ma se queste lingue non ci serviranno per comunicare la vita autentica, l'Unione Europea sarà sempre più simile ad un grande centro di burocrati lontano dalla vita reale dei suoi cittadini. E noi, marionette incapaci di parlare quella lingua umana che viene dal cuore. 

mercoledì 27 gennaio 2016

A me gli occhiali, please

"Naturalmente non dobbiamo aspettarci che sia tutto perfetto. Perché come tutte le cose che promettono di fare tutto, ci sarà sempre qualche imperfezione...". L'ottico parla e tutto appare sfocato, anche se questa frase me la vorrei segnare per il capitolo 'I paradossi della perfezione'. E' il miracolo delle lenti multifocali, multi-lodate da chi dice che avere tutto in uno è un grande progresso, che vedere da lontano, medio e vicino senza togliere e mettere, ti cambierà la vita. O la vista? 

L'attore famoso della porta accanto, sull'ascensore, scuote la testa: "Chessoqquelli che devi alzà e abbassà la testa pevvedè? No, io me faccio l'operazione." Saggio di un attore. Però nella vita è anche questione di fiducia, di provarci, di aprirsi al cambiamento. Per esempio ora scrivo con gli occhiali nuovi, però posso anche girare la testa e vedere il panorama dal finestrino del treno che corre. Forse bisogna solo abituarsi. Oppure cambiare sguardo sul mondo. Perché uno debba poi cambiarlo a 45 anni, è da chiederlo a qualcuno che abbia dimestichezza con i grandi interrogativi esistenziali, meglio se Dio in persona giusto per evitare di spendere in psicanalisi o altro.

"Certo, copiare il compito dal banco del vicino...questo non sarà possibile", soggiunge sempre l'ottico che, dopo due ore di prove e riprove per leggere e mettere a fuoco lettere e letterine, è evidentemente stremato, e ripete quella frase che sempre deve destare preoccupazione in chi la sente: "Di norma succede così...normalmente ci si adatta...nella media son tutti contenti...". Ma c'è sempre l'eccezione che conferma la regola, e bisognerebbe essere pronti ad accoglierla. 

Il vero domandone che dovrebbe fare l'ottico è infatti il seguente: preferisci contare le pecore che brucano nel prato o leggere il bugiardino dell'Aspirina? Preferisci spaziare con la vista, sempre e comunque, o imparare che quando fai le scale le vedi sfocate e devi quindi abbassare il collo cercando di di non rompertelo inciampando sulle stesse scale? Perché sappi che con gli occhiali multifocali addosso dovrai anche esercitarti con la cervicale: qui sì davvero due in uno, e risparmi almeno sulla ginnastica posturale, visto che il multifocale è anche multi-salato. 

"Ah, è tutta nartra vita", assicura il panettiere multifocalizzato da anni, che però dice di fare attenzione a leggere con troppa foga tutti i nomi dei formaggi, dal puzzone di Moena al provolone dolce, perché "guardi che può pure cascare all'inizio". 
A me gli occhiali, please. Se potessi tornare al vecchio togli e metti, ho come l'impressione che mi sentirei tanto più felice. 
(Però questo è il primo post post-multifocali, e in fondo non è poi venuto così male)

sabato 23 gennaio 2016

Dio esiste, vive a Roma ma non fa il parrucchiere

Un giorno signorina Silvani.
Un giorno fungo atomico.
Un giorno tappo di bottiglia di spumante.
Un giorno levriero afgano.
Un giorno foglia di verza.
E tutto questo perché un giorno uno si sveglia e dice: basta, diamoci un taglio.
E si affida alle mani del signor parrucchiere che però deve fare il taglio che si veda che è proprio un taglio e non un generico alleggerimento di chioma o una sfrondatina, come magari uno ha osato timidamente domandare.

Egli sfronda, e parla dell'ultimo film di Checco Zalone,
sfronda e parla della morte di David Bowie,
sfronda e dice che i capelli bisognerebbe lavarli ogni giorno perché ogni giorno
ci sono tossine da espellere. Ogni giorno tutta la testa da purificare. 
"Ora tajo tutto qua sotto, in modo tale che poi sopra i ricci esplodano."
Usa proprio il verbo "esplodere", e l'effetto è precisamente quello:
un fuoco d'artificio di ricci che non sanno bene dove appoggiarsi
visto che, più che un taglio, il signor parrucchiere ha realizzato un trancio.

Se la pace è sentirsi in armonia prima di tutto con se stessi,
questo trancio mi ha tranciato a metà.
Dio esiste, vive a Roma ma non fa il parrucchiere.
(parafrasi di quella gran bella provocazione che è il film belga 'Dio esiste e vive a Bruxelles': l'avete visto? Vedetevelo!)

Una torta può fare

"Una torta può fare molto". Specie in un uggioso sabato pomeriggio. Specie se avvolta da una glassa così liscia che ci si potrebbe pattinare sopra. E' la saggezza e la generosità della giovane coinquilina tedesca, la stessa dei "gamberoni alla bavarese" del post precedente. La stessa che di certo prima o poi pubblicherà da qualche parte un bel Tractatus anthropologicus sui costumi italici. 

Incredibile come, in soli 5 mesi di permanenza a Roma, la giovane abbia colto alcune caratteristiche inequivocabili dello stato di salute della popolazione italiana, sintetizzabili con una bella immagine: "L'Italia è come una casa aperta con le finestre aperte e il giardino", peccato che ogni tanto ci siano dei brutti giri d'aria. Cioè siamo gente aperta, spontanea, creativa, e in giro circolano ancora personcine gentili e cordiali, ma - c'è un grande ma - abbiamo forse qualche problema di digestione, giusto per rimanere in tema di torte e gamberoni.

Punto primo: "Siete il Paese degli estremi", ovvero tanto simpatici, ma anche tanto capaci di urlare e gridare e non avere rispetto per nulla e per nessuno. Un Paese bipolare? Forse un "Paese dove le persone non sanno digerire da sole le situazioni", e alla fine ci prendiamo a morsi tra noi, rosi dalla rabbia e dall'aggressività. In giro "vedo insoddisfazione, infelicità, facce depresse", "ognuno sente il diritto di lamentarsi", "non c'è un senso di responsabilità", e nemmeno di "co-responsabilità per gli altri". Però ode alla Comunità di S.Egidio dove invece ci si educa a pensare anche agli altri, facendo servizio con i senzatetto tra le strade romane: "Non ho mai visto tante persone buone tutte assieme".

Punto secondo: "Una donna qui non si sente degna se non ha da mostrare un bell'aspetto. Conta il tacco, non altro." Touché! Che altro si può aggiungere? Colpite e affondate.

Punto terzo: "Non c'è un senso del limite. Non si sa mai quello che si può fare e quello che non si può fare". Si va a intuito, a seconda degli umori del momento. Che può essere divertente, ammette la giovane ricordando come in Germania invece tutto sia molto chiaro e prevedibile, ma anche "tanto noioso". Certo, se la nebulosità delle risposte arriva anche da una segreteria universitaria o da un ufficio che dovrebbe essere al servizio del pubblico, dopo un po' può essere anche che si perda la pazienza. 

Punto quarto: "Tutti vivono fuori, in tutti i sensi." Ovvero non siamo granché in contatto con la nostra interiorità, preferiamo concentrarci sull'aspetto esteriore (v.alla voce donne del punto secondo) e sull'espressione, anche violenta, delle emozioni. "Sarebbe bene che scrivessero un diario", è il consiglio spontaneo della ragazza, per ritrovar sè stessi.

I punti potrebbero continuare ancora, ma sarebbero anche di sutura per chi almeno un po' in questo quadro si identifica. E si domanda come fare per cambiare. "Avete la frutta fresca, tutto ha un buon odore, avete l'olio d'oliva e potete vivere a lungo. Avete tutto. Perché non lo apprezzate di più?". L'ho chiesto ad un professore svedese di sociologia ormai in pensione, che l'altro giorno scambiava due parole con uno storico barbone sempre accompagnato da un cane nero dolcissimo. Il professore, con due grandi occhi azzurri indagatori, mi ha guardato e ha detto: "Sono domande che bisogna fare al cane." 

sabato 9 gennaio 2016

Dopo di che

siccome sono più di 10 anni che Lecosmeticomiche navigano nell'aspro mare internettevole,
e che tante cose si son già scritte e dette (e pure un po' pubblicate su carta, vedi qui), 
e in questo mare ormai tutti dicono e scrivono tutto,
e quindi a uno un po' gli si spegne la penna in mano,
fatte dunque tutte queste debite premesse,
alla domanda "Ma perché hai tanta paura di vivere da sola?",
non si può che rispondere dicendo: "Perché chi me li fa gli spaghetti coi gamberoni
alle 7 di sera?"

La questione, in questi 10 anni, è rimasta in fondo sempre la stessa:
meglio soli o accompagnati? Meglio nell'appartamentino ino ino ma 

solo per te e magari anche mutuato perché poi ti rimane il mattone in eredità,
o meglio le libere relazioni che si dispiegano negli spazi comuni,
per cui tu arrivi la sera inebetita dal lavoro, e ti chiuderesti lietamente nel bozzolo
mentre l'ex coinquilina yogista si autoinvita a cena e parla che ti parla
il mal di testa ti passa? Potenza della parola libera, liberante e liberatrice,
come la Chiesa di S.Maria Liberatrice che svetta in piazza a Testaccio.

Meglio soli e solitari che ce la raccontiamo guardando lo schermo di un computer
o di un cellulare o la tv, o meglio che non sai mai cosa ti può capitare,
per esempio che alle 18.30 senti odore di aglio e trovi la giovanissima
coinquilina "tetesca ti cermania", accento identico a quello di Papa Ratzinger
in quanto anch'ella bavarese, che sperimenta l'audace cottura di 5 gamberoni
che andranno a condire futuri spaghetti che ella vorrebbe calare
in quantità valide per un piccolo esercito? 
"Perché non mancio il carne...ehm, la carne, ma il pesce sì!"

Ebbene, la qualità della vita non si misura anche su un piatto di spaghetti coi gamberoni
alla bavarese servito all'ora dell'aperitivo? 
O forse è scaduto il tempo per queste domande quando si sono superati
i 40 anni?

Buon anno nuovo, carico di domande sempreverdi!


mercoledì 9 dicembre 2015

E il cupolone fu

E il cupolone fu tigre e fu falco.
Tartaruga e tucano.
Pellicano e iguana.
E farfalle, e tribù del mondo,
e donne col burqa, monaci tibetani e mare grosso.
Prima tutto a colori, poi più sbiadito,
quasi in bianco e nero, come a dire che noi uomini ogni tanto
ci specializziamo a sbiancare il mondo e a renderlo inospitale. 
Ma la natura è sempre più vitale e fantasiosa di noi.
E la cupola fu di nuovo fiori meravigliosi,
e api ronzanti, e vita che nasce.
E piazza San Pietro risuonò di versi di animali selvatici,
di uccelli della savana e di elefanti.
E tutti con il naso all'insù, per guardare il più grande spettacolo
dopo l'apertura del Giubileo della misericordia,
e la festa dell'Immacolata: il luogo simbolo della fede cristiana
e cattolica che non ha paura di diventare tutt'uno con il mondo,
di assumerne le forme, i colori, i suoni.
Nel modo più naturale possibile, senza parole. 
E fu sera e fu mattino.
E tutti, il giorno dopo, si svegliarono più felici.
E più bambini.
Buon anno della misericordia a tutti!

PS: ma i pidocchi della coinquilina tedesca sono anch'essi creature di Dio?
E meritano misericordia?