lunedì 5 settembre 2016

Piovono santi sotto il cielo di Francesco

Chissà se se lo sarebbe mai immaginato quello scricciolo di donna dal sorriso buono che un giorno Roma si sarebbe svegliata quasi in assetto di guerra, con sirene ed elicotteri in cielo, e fischietti delle forze dell'ordine per far sfrecciare le autoblu, e la facciata di San Pietro decorata con il volto di una suora incorniciata di bianco e di azzurro, e più di centomila persone a riempire la piazza, e tutto questo per lei?
I santi non sanno mai di essere così santi. Vivono e basta. Obbediscono ad una chiamata, ad un'urgenza interiore, ad una forza a cui non si può dire no. 

Così è stato per Madre Teresa, ed è bello che alla fine della sua santificazione di ieri, in una piazza San Pietro bagnata da un sole cocente, Papa Francesco abbia aggiunto, in finale, che "non sarà facile chiamarla Santa Teresa, continueremo a dirle Madre Teresa". Non a caso madre, non a caso un nome che appena lo pronunci, senti il cuore che batte. "Forse non parlo la loro lingua, ma posso sorridere", diceva.

Via della Conciliazione è vuota mezz'ora prima dell'inizio della messa. Controlli stretti ma non si respira la tensione di altri grandi eventi. Bottigliette d'acqua distribuite dalla Protezione civile, e quel senso del pellegrinaggio che ti prende quando vai a San Pietro a piedi, e non vedi l'ora di ritrovarti nella folla, per odorare, guardare, sentire che davvero esiste una Chiesa cattolica, cioè, alla lettera, universale. Non ci sei solo tu e nemmeno la tua piccola comunità di riferimento. C'è un mondo che si ritrova per celebrare, cantare, lodare, pregare, stare in silenzio. O anche semplicemente guardare. 

Bambini, anziani, facce che sembrano parenti, lingue astruse, inglese superstar, spagnolo papale, sudore internazionale, cappellini e foulard per il sole, schiene abbronzate, volti paonazzi, sorrisi gratuiti, una mamma che allatta e prega, suore, preti, handicappati, una corale predisposizione alla bontà, alla tenerezza, come se proprio questi momenti fossero piccoli balsami lungo la strada. Soste rinfrancanti sul cammino. Qualcuno che ti offre da bere quando hai sete di speranza, di gioia, di accoglienza. Come se quell'abbraccio del colonnato di Bernini diventasse carne. E ci rendesse tutti più umani. 

Ma il sole non perdona. E allora molti preferiscono l'ombra e il maxischermo su via della Conciliazione. Molti di quelli che non hanno preso il biglietto d'ingresso e però non hanno voluto mancare a questo grande giorno. Un grande giorno per una donna minuscola. Quella donna che in un esame di giornalismo di una decina di anni fa, avevano chiesto di paragonare a Shirin Ebadi: due premi Nobel per la pace, due donne, una cattolica, l'altra musulmana. Una santa dei poveri e un'attivista per i diritti umani. Entrambe con il cuore lacerato dalla sofferenza per chi non ha voce. Per chi tende la mano e non trova nessuno dall'altra parte. 

I più belli sono gli indiani. Le tante famiglie indiane accorse per l'occasione. Le donne nobilmente vestite con colori da favola, mariti e figli più occidentali. Alcuni sono perfettamente bilingui. "Papà, ma è finita la messa? Se n'annamo?" Segue risposta del padre in indiano stretto. E poi c'è l'occidentale vestita da indiana che un po' vorrebbe contestarla questa cerimonia vaticana in grande stile, e si aspettava da Francesco qualche discorso più tuonante sulla povertà. Perché noi se non contestiamo non siamo contenti. E' ormai un vizio che ci contraddistingue, e infatti le culture dei Paesi altri ci stupiscono sempre perché ci sembrano tutti fin troppo contenti e gentili, mentre noi pare che abbiamo sempre da digerire rospi. Anche quando ci offrono pranzi sopraffini. 

Papa Francesco consegna ufficialmente questa nuova santa non alla Chiesa, non ai cristiani, non a chi crede o ha il bollino del bravo cattolico. "Oggi consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata - ha detto il Papa - a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità! (...) Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio". E quando oggi, davanti all'ennesimo povero disgraziato che chiedeva la carità nel centro di Roma, ho preferito non incrociare il suo sguardo, anche perché impegnata a registrare sul cellulare una spettacolare versione di 'Every breath you take' eseguita da un giovane chitarrista davanti al Pantheon, questa frase me la sono sentita come una freccia nel fianco. 

giovedì 21 luglio 2016

Tempo di luce

‘Look on the bright side’, recita la maglietta del giovane stagista-filmaker che va pazzo per le stanze buie degli orrori.
‘E’ tempo di risplendere’, fa eco il titolo del ‘Kilowatt Festival’ di quest’anno a Sansepolcro (15-23 luglio): tra campi di girasoli e un dolce paesaggio toscano-umbro che rilassa la testa, spettacoli, performance, poesia, mostre di fotografie (commovente ‘Il mare negli occhi’ di Riccardo Lorenzi: volti che luccicano da Lampedusa), e pure il concerto dei Tiromancino in piazza. 

Un piazza piccola, raccolta, con il sapore del borgo dove si conoscono tutti, e viene naturale chiacchierare e guardarsi negli occhi. Anche con i ristoratori che ti raccontano antiche leggende della famiglia Buitoni e delle caramelle Rossana, entrambi originari di questo paese a due passi dal santuario francescano della Verna e da Pieve S.Stefano, la città dei diari.

La sera prima seduti sulle sdraio come in una spiaggia, per ascoltare Piergiorgio Odifreddi che sfida la pioggia in omaggio al ‘De rerum natura’ di Lucrezio, tuonando come d'abitudine contro preti, religioni e religiosi. E prima ancora, dentro un’ex chiesa, la poetessa Mariangela Gualtieri che snocciola poesie come ciliegie, una dopo l’altra, una più intensa dell’altra, per chiudere con un cantico delle creature contemporaneo, inno di ringraziamento universale per riconciliarci con i nostri simili e con la terra.


"Ringraziare desidero per l’amore, 
che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità, 
per il pane e il sale, 
per il mistero della rosa 
che prodiga colore e non lo vede".

Una giovane compagnia di romeni porta in scena, o meglio in cortile (perché la specialità del ‘Kilowatt’ sono i luoghi, oltre alla scelta degli spettacoli, parzialmente affidata a spettatori ‘Visionari’) un episodio di cronaca locale che magari sarà sfuggito ai più: lo sfruttamento delle miniere di Roșia Montană, e le lacerazioni provocate nel tessuto sociale di questo piccolo centro nel cuore dei Carpazi. Si recita in inglese e romeno con traduzione, ma alla fine è il gesto che conta: una braccio poggiato sulle spalle, una carezza sul volto. Ecco cosa rimarrà sulle macerie di tante parole.

E proprio sul linguaggio, infatti, riflette questa edizione del ‘Kilowatt’. Sulle parole che pronunciamo senza nemmeno pensare, e su quelle pesanti come pietre, che a volte condannano e opprimono. “Ci guidano i poeti – scrivono Luca Ricci e Lucia Franchi, ideatori e animatori di questo festival energetico che esiste da 14 anni - perché, se vogliamo risalire dal fondo in cui ci sentiamo precipitati, dobbiamo lasciare da parte il chiacchiericcio quotidiano e dare importanza a chi parla bene, a chi scrive e pensa bene”.

Magari perdendosi prima in quel grammelot 'Mad in Europe' di Angela Dematté, che raccontando il disagio di una donna impazzita al Parlamento europeo, sembra sussurrare una piccola grande verità: potremo parlare tutte le lingue del mondo, ma se queste lingue non ci serviranno per comunicare la vita autentica, l'Unione Europea sarà sempre più simile ad un grande centro di burocrati lontano dalla vita reale dei suoi cittadini. E noi, marionette incapaci di parlare quella lingua umana che viene dal cuore. 

mercoledì 27 gennaio 2016

A me gli occhiali, please

"Naturalmente non dobbiamo aspettarci che sia tutto perfetto. Perché come tutte le cose che promettono di fare tutto, ci sarà sempre qualche imperfezione...". L'ottico parla e tutto appare sfocato, anche se questa frase me la vorrei segnare per il capitolo 'I paradossi della perfezione'. E' il miracolo delle lenti multifocali, multi-lodate da chi dice che avere tutto in uno è un grande progresso, che vedere da lontano, medio e vicino senza togliere e mettere, ti cambierà la vita. O la vista? 

L'attore famoso della porta accanto, sull'ascensore, scuote la testa: "Chessoqquelli che devi alzà e abbassà la testa pevvedè? No, io me faccio l'operazione." Saggio di un attore. Però nella vita è anche questione di fiducia, di provarci, di aprirsi al cambiamento. Per esempio ora scrivo con gli occhiali nuovi, però posso anche girare la testa e vedere il panorama dal finestrino del treno che corre. Forse bisogna solo abituarsi. Oppure cambiare sguardo sul mondo. Perché uno debba poi cambiarlo a 45 anni, è da chiederlo a qualcuno che abbia dimestichezza con i grandi interrogativi esistenziali, meglio se Dio in persona giusto per evitare di spendere in psicanalisi o altro.

"Certo, copiare il compito dal banco del vicino...questo non sarà possibile", soggiunge sempre l'ottico che, dopo due ore di prove e riprove per leggere e mettere a fuoco lettere e letterine, è evidentemente stremato, e ripete quella frase che sempre deve destare preoccupazione in chi la sente: "Di norma succede così...normalmente ci si adatta...nella media son tutti contenti...". Ma c'è sempre l'eccezione che conferma la regola, e bisognerebbe essere pronti ad accoglierla. 

Il vero domandone che dovrebbe fare l'ottico è infatti il seguente: preferisci contare le pecore che brucano nel prato o leggere il bugiardino dell'Aspirina? Preferisci spaziare con la vista, sempre e comunque, o imparare che quando fai le scale le vedi sfocate e devi quindi abbassare il collo cercando di di non rompertelo inciampando sulle stesse scale? Perché sappi che con gli occhiali multifocali addosso dovrai anche esercitarti con la cervicale: qui sì davvero due in uno, e risparmi almeno sulla ginnastica posturale, visto che il multifocale è anche multi-salato. 

"Ah, è tutta nartra vita", assicura il panettiere multifocalizzato da anni, che però dice di fare attenzione a leggere con troppa foga tutti i nomi dei formaggi, dal puzzone di Moena al provolone dolce, perché "guardi che può pure cascare all'inizio". 
A me gli occhiali, please. Se potessi tornare al vecchio togli e metti, ho come l'impressione che mi sentirei tanto più felice. 
(Però questo è il primo post post-multifocali, e in fondo non è poi venuto così male)

sabato 23 gennaio 2016

Dio esiste, vive a Roma ma non fa il parrucchiere

Un giorno signorina Silvani.
Un giorno fungo atomico.
Un giorno tappo di bottiglia di spumante.
Un giorno levriero afgano.
Un giorno foglia di verza.
E tutto questo perché un giorno uno si sveglia e dice: basta, diamoci un taglio.
E si affida alle mani del signor parrucchiere che però deve fare il taglio che si veda che è proprio un taglio e non un generico alleggerimento di chioma o una sfrondatina, come magari uno ha osato timidamente domandare.

Egli sfronda, e parla dell'ultimo film di Checco Zalone,
sfronda e parla della morte di David Bowie,
sfronda e dice che i capelli bisognerebbe lavarli ogni giorno perché ogni giorno
ci sono tossine da espellere. Ogni giorno tutta la testa da purificare. 
"Ora tajo tutto qua sotto, in modo tale che poi sopra i ricci esplodano."
Usa proprio il verbo "esplodere", e l'effetto è precisamente quello:
un fuoco d'artificio di ricci che non sanno bene dove appoggiarsi
visto che, più che un taglio, il signor parrucchiere ha realizzato un trancio.

Se la pace è sentirsi in armonia prima di tutto con se stessi,
questo trancio mi ha tranciato a metà.
Dio esiste, vive a Roma ma non fa il parrucchiere.
(parafrasi di quella gran bella provocazione che è il film belga 'Dio esiste e vive a Bruxelles': l'avete visto? Vedetevelo!)

Una torta può fare

"Una torta può fare molto". Specie in un uggioso sabato pomeriggio. Specie se avvolta da una glassa così liscia che ci si potrebbe pattinare sopra. E' la saggezza e la generosità della giovane coinquilina tedesca, la stessa dei "gamberoni alla bavarese" del post precedente. La stessa che di certo prima o poi pubblicherà da qualche parte un bel Tractatus anthropologicus sui costumi italici. 

Incredibile come, in soli 5 mesi di permanenza a Roma, la giovane abbia colto alcune caratteristiche inequivocabili dello stato di salute della popolazione italiana, sintetizzabili con una bella immagine: "L'Italia è come una casa aperta con le finestre aperte e il giardino", peccato che ogni tanto ci siano dei brutti giri d'aria. Cioè siamo gente aperta, spontanea, creativa, e in giro circolano ancora personcine gentili e cordiali, ma - c'è un grande ma - abbiamo forse qualche problema di digestione, giusto per rimanere in tema di torte e gamberoni.

Punto primo: "Siete il Paese degli estremi", ovvero tanto simpatici, ma anche tanto capaci di urlare e gridare e non avere rispetto per nulla e per nessuno. Un Paese bipolare? Forse un "Paese dove le persone non sanno digerire da sole le situazioni", e alla fine ci prendiamo a morsi tra noi, rosi dalla rabbia e dall'aggressività. In giro "vedo insoddisfazione, infelicità, facce depresse", "ognuno sente il diritto di lamentarsi", "non c'è un senso di responsabilità", e nemmeno di "co-responsabilità per gli altri". Però ode alla Comunità di S.Egidio dove invece ci si educa a pensare anche agli altri, facendo servizio con i senzatetto tra le strade romane: "Non ho mai visto tante persone buone tutte assieme".

Punto secondo: "Una donna qui non si sente degna se non ha da mostrare un bell'aspetto. Conta il tacco, non altro." Touché! Che altro si può aggiungere? Colpite e affondate.

Punto terzo: "Non c'è un senso del limite. Non si sa mai quello che si può fare e quello che non si può fare". Si va a intuito, a seconda degli umori del momento. Che può essere divertente, ammette la giovane ricordando come in Germania invece tutto sia molto chiaro e prevedibile, ma anche "tanto noioso". Certo, se la nebulosità delle risposte arriva anche da una segreteria universitaria o da un ufficio che dovrebbe essere al servizio del pubblico, dopo un po' può essere anche che si perda la pazienza. 

Punto quarto: "Tutti vivono fuori, in tutti i sensi." Ovvero non siamo granché in contatto con la nostra interiorità, preferiamo concentrarci sull'aspetto esteriore (v.alla voce donne del punto secondo) e sull'espressione, anche violenta, delle emozioni. "Sarebbe bene che scrivessero un diario", è il consiglio spontaneo della ragazza, per ritrovar sè stessi.

I punti potrebbero continuare ancora, ma sarebbero anche di sutura per chi almeno un po' in questo quadro si identifica. E si domanda come fare per cambiare. "Avete la frutta fresca, tutto ha un buon odore, avete l'olio d'oliva e potete vivere a lungo. Avete tutto. Perché non lo apprezzate di più?". L'ho chiesto ad un professore svedese di sociologia ormai in pensione, che l'altro giorno scambiava due parole con uno storico barbone sempre accompagnato da un cane nero dolcissimo. Il professore, con due grandi occhi azzurri indagatori, mi ha guardato e ha detto: "Sono domande che bisogna fare al cane." 

sabato 9 gennaio 2016

Dopo di che

siccome sono più di 10 anni che Lecosmeticomiche navigano nell'aspro mare internettevole,
e che tante cose si son già scritte e dette (e pure un po' pubblicate su carta, vedi qui), 
e in questo mare ormai tutti dicono e scrivono tutto,
e quindi a uno un po' gli si spegne la penna in mano,
fatte dunque tutte queste debite premesse,
alla domanda "Ma perché hai tanta paura di vivere da sola?",
non si può che rispondere dicendo: "Perché chi me li fa gli spaghetti coi gamberoni
alle 7 di sera?"

La questione, in questi 10 anni, è rimasta in fondo sempre la stessa:
meglio soli o accompagnati? Meglio nell'appartamentino ino ino ma 

solo per te e magari anche mutuato perché poi ti rimane il mattone in eredità,
o meglio le libere relazioni che si dispiegano negli spazi comuni,
per cui tu arrivi la sera inebetita dal lavoro, e ti chiuderesti lietamente nel bozzolo
mentre l'ex coinquilina yogista si autoinvita a cena e parla che ti parla
il mal di testa ti passa? Potenza della parola libera, liberante e liberatrice,
come la Chiesa di S.Maria Liberatrice che svetta in piazza a Testaccio.

Meglio soli e solitari che ce la raccontiamo guardando lo schermo di un computer
o di un cellulare o la tv, o meglio che non sai mai cosa ti può capitare,
per esempio che alle 18.30 senti odore di aglio e trovi la giovanissima
coinquilina "tetesca ti cermania", accento identico a quello di Papa Ratzinger
in quanto anch'ella bavarese, che sperimenta l'audace cottura di 5 gamberoni
che andranno a condire futuri spaghetti che ella vorrebbe calare
in quantità valide per un piccolo esercito? 
"Perché non mancio il carne...ehm, la carne, ma il pesce sì!"

Ebbene, la qualità della vita non si misura anche su un piatto di spaghetti coi gamberoni
alla bavarese servito all'ora dell'aperitivo? 
O forse è scaduto il tempo per queste domande quando si sono superati
i 40 anni?

Buon anno nuovo, carico di domande sempreverdi!


mercoledì 9 dicembre 2015

E il cupolone fu

E il cupolone fu tigre e fu falco.
Tartaruga e tucano.
Pellicano e iguana.
E farfalle, e tribù del mondo,
e donne col burqa, monaci tibetani e mare grosso.
Prima tutto a colori, poi più sbiadito,
quasi in bianco e nero, come a dire che noi uomini ogni tanto
ci specializziamo a sbiancare il mondo e a renderlo inospitale. 
Ma la natura è sempre più vitale e fantasiosa di noi.
E la cupola fu di nuovo fiori meravigliosi,
e api ronzanti, e vita che nasce.
E piazza San Pietro risuonò di versi di animali selvatici,
di uccelli della savana e di elefanti.
E tutti con il naso all'insù, per guardare il più grande spettacolo
dopo l'apertura del Giubileo della misericordia,
e la festa dell'Immacolata: il luogo simbolo della fede cristiana
e cattolica che non ha paura di diventare tutt'uno con il mondo,
di assumerne le forme, i colori, i suoni.
Nel modo più naturale possibile, senza parole. 
E fu sera e fu mattino.
E tutti, il giorno dopo, si svegliarono più felici.
E più bambini.
Buon anno della misericordia a tutti!

PS: ma i pidocchi della coinquilina tedesca sono anch'essi creature di Dio?
E meritano misericordia?

mercoledì 18 novembre 2015

Come se

Come se ci fosse bisogno di un certificato medico per certificare l'amore. O il dolore. O la malattia.
E' il vostro mestiere, cari medici che mi viene difficile apostrofare con quel "cari" che si riserva in genere agli amici.
Voi certificate, attestate, constatate.
Non ascoltate, in realtà. Non guardate nel profondo.
Ognuno con la sua specializzazione ristretta al piccolo pezzo di corpo che gli compete (nervi, psiche, cuore), che non comunica con il resto, come del resto non comunicate voi con il resto di umanità malata che vi circonda e aspetta il vostro responso, talora con ansia.
Avete infatti il vostro linguaggio: il medichese, dove l'uomo è il paziente o il soggetto.

Mai la persona tutta intera.
E' un linguaggio che comprendete voi e i vostri assistenti, che guardano paziente e familiari accompagnatori con lo sguardo di un entomologo che studia un'ala di farfalla. Uno di loro accenna ad una forma di dialogo col paziente, ma vedendo gli scarsi risultati, si spazientisce. Pazienti e impazienti uno di fronte all'altro.


La dottoressa, pallida di un pallore esangue esaltato dalle luci al neon e dal fondotinta tombale, parla nascosta dietro allo schermo di un computer. 
E parla parole gravi, pesanti, incomprensibili.
Non c'è un minimo accenno alla comprensione del dolore e dello stato di abbandono e di spaesamento in cui si trovano i familiari. Fredda, glaciale come il neon. 

E sarà forse questione di cambiare le luci, cari i miei dottori.

O magari di prepararsi a vivere un vero giubileo della misericordia applicata senza bisogno di venire a Roma, attualmente già bella blindata. Un giubileo personale e di categoria fatto di gesti prima ancora che di farmaci. Di sorrisi assieme alle prescrizioni.
Non ci perde nessuno. C'è solo da guadagnare. In tenerezza ed umanità. 


Altrimenti hanno ragione i "signori del terrore". La nostra civiltà, in qualcosa, ha fallito. Dov'è finita, per esempio, quell'arte sacra del dialogo e del tempo trascorso a dialogare, sul quale si è fondata ed è nata la civiltà occidentale?
O ha trionfato per sempre la tecnologia?

Il "c'è scritto-legga lì-lo trova sul sito", al posto di "glielo spiego io di persona, guardandola negli occhi".
Se è così, accorgiamoci presto che non c'è alcuna differenza tra "noi" e "loro", la mortifera grammatica alla base di ogni guerra e di ogni scontro. 
Tecnologici loro, tecnologici noi.
La differenza, ancora una volta, è la saggezza del Vangelo a rivelarla: "Dov'è il tuo tesoro, sarà il tuo cuore". 

Dov'è il nostro tesoro?
Cuori pieni o vuoti, ecco la differenza. 

Cuori pieni di amore o di indifferenza, ecco la differenza.
Cuori pieni di misericordia o di avidità. Questa è la differenza.

La storia ci concede sempre nuove chance per reimparare dal passato.

E per ripartire. Tutti assieme. Grandi e piccole storie.
Medici, pazienti, impazienti, padri, figli, e pure giovani terroristi alla ricerca di un senso perduto nella realtà reale.

Restiamo umani.

Dedicato a Gabriele e Giacomo, passeggeri del Frecciarossa Venezia-Roma: il primo di 4 mesi, figlio di un albanese e di una romena saliti a Bologna e scesi a Firenze.  


sabato 14 novembre 2015

E poi

succede così.
Che senti una notizia frivola alla radio, di quelle che però ti spingono ad uscire e fare due passi, perché la notizia è che camminare fa bene (e grazie per avercelo ricordato), ed esci e respiri Roma la sera, e qualche piccola paura fa sempre capolino ma poi è la bellezza a prevalere: il Tevere, il chitarrista sul ponte che suona 'Stairway to heaven', 
gli stormi che stormiscono, gli umani che passeggiano
e si raccontano con foga dei loro casi amorosi, il profilo del chiostro di S.Cecilia
e del campanile romanico, mentre immagini la vita delle claustrali rinchiusa lì,
sprofondata nel silenzio.

Poi torni a casa e tutto è cambiato.
La notizia di Parigi, le prime pagine dei giornali online a tutta pagina ad indicare
l'importanza della notizia, e tutto passa sullo sfondo.
Frontiere blindate, imponenti misure di sicurezza, verso il grande regno della paura
controllata. Precisamente quello che vogliono i "signori del terrore". E certo,
ha ragione la coinquilina che si chiede: ma si può sapere poi perché li fanno
questi massacri? Le ragioni dell'Occidente che si interroga e vorrebbe sapere perché.
Come se potessimo spiegare e capire tutto. Immensa presunzione di onniscienza.

C'è che potrebbe capitare anche a noi. Ma la cosa peggiore sarebbe ora quella

di lasciar regnare la paura. Come se già non ce ne fosse abbastanza.
Come se già non ce ne fossero tante altre, di guerre. Piccole, sottili, a volte
striscianti, tra uffici, strade, famiglie e condomini.
E altrettanti i tentativi di pace. Quella "pace artigianale", come ripete spesso 

questo nostro grande Papa Francesco. Perché bisogna saperla fare, la pace.
Come un mestiere antico. Che richiede pazienza, arte, ingegno, passione.

Insegniamoci tutti a fare la pace dopo Parigi. Non a chiuderci, ma ad aprirci
sempre di più. Sfacciatamente, allegramente, bambinescamente.
Andiamo sempre di più a teatro, al cinema, negli stadi, a prendere un treno,

al Giubileo della misericordia, sulla Tour Eiffel, ovunque.
Non siamo già morti abbastanza?

mercoledì 1 luglio 2015

1 luglio 2015: l'assalto della Bastìa

"Il giornalista è lo storico del presente", dice Umberto Eco citato dal giurista che tiene il corso pre-concorso. Corsi, ricorsi e concorsi della storia, bisognerebbe rispondere al termine di questa giornata che trasuda ancora di sudore verace ed occhi rossi. Con quell'immagine indelebile a metà tra il ritrovo per una enorme sagra paesana e un hangar di concentramento: 3 padiglioni industriali stracarichi di banchetti di scuola, acque minerali e migliaia di facce, colori, espressioni, desideri ed ansie delle più diverse generazioni italiche accomunate da uno stesso sogno chiamato anche posto di lavoro. Miraggio dell'afa?  

1 luglio 2015. Giornata storica. Tutti a prendere la Bastìa Umbra dove oggi si è tenuta la prima fase di selezione del mega-concorso Rai per giornalisti. Quello che ci eravamo iscritti a febbraio 2014 e nel frattempo ce l'eravamo scordato. Poi, venti giorni fa, la chiamata. Saremo quasi 5000 (oggi pare ne siano arrivati non più di 2800, dicono fonti confidenziali). Ne scremeranno 400. E alla fine solo 100 vinceranno. Uno su quattromila ce la fa, ma quanto è dura la salita, in gioco c'è la vita-vita...Niente. Tra le 100 domande del quizzone a risposta multipla da azzeccare in 75 minuti, nessuna domanda su Sanremo. 

Piuttosto una ridda di leggi, norme, autorizzazioni, inventori di Twitter, presidenti di Giappone e Ucraina, composizione partitica precisa precisa del Parlamento europeo, frasi in inglese da completare, un testo da leggere con domande pertinenti, un grafico a torta da prendere a fette e magari tirarsele in faccia col vicino di banco se ancora superstite; e ancora Costituzione, leggi, norme, censure, diffamazioni, manette. Però anche un po' di respiro con la cultura: lo scrittore latinoamericano morto l'anno scorso, le associazioni romanzo-romanziere, il quadro che non ti ricordi bene se è di Monet o di Manet e provi a puntare sulla vocale ispiratrice, chi sono le cariatidi (belle signore che fanno da colonna, tenetelo sempre bene a mente cariatidi in circolazione!) e l'affrescatore della Cappella degli Scrovegni. 

Santo Giotto che dall'alto ci guidi. Perché lissù in alto, a pochi chilometri da Bastìa, c'è quello splendore di borgo presepico che è Assisi. La città del santo che diventò santo sposando madonna Povertà e dicendo no alle sirene di soldi, successo e vita agiata. Che santone, davvero. Cos'avrà detto guardandoci grondare sui questionari strizza-neuroni? Che forse la vita vera non è solo lì. Che ci sono le domande, ma tante rimangono senza risposta, specie quelle serie della vita. Però così si divaga, mentre il bravo giornalista non si perde mai. Né fa perdere tempo al lettore. 

E allora, caro lettore, cos'altro vorresti sapere? Chi è passato? Se io sono passata? Quanti amici e colleghi son passati? Restano le fotografie: il treno-carro bestiame di ieri pomeriggio Roma-Assisi, con un record di carrozze senza aria condizionata da friggere i cervelli (aria fritta?). E la città del santo invasa da aspiranti giornalisti che hanno affollato i locali impreparati a fronteggiare un simile assalto (ma che è successo?, si chiedeva ieri il ragazzo dalla faccia buona che ci ha cucinato la carne chianina all'alba delle 23 in quanto, appunto, impreparato a far fronte alla journalist-invasion; di notte, sentite imprecazioni in fase digestiva).

Ma qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure. Parentesi, anche Liga e Guccini tra le domande. E questo va segnalato per dovere di cronaca, tra la via Emilia e il West. Rimangono i segni. Gli oggetti che simboleggeranno il valore di questa indimenticabile giornata. La banana che si è fatta il viaggio Roma-Bastìa e ha dato alla prova concorsuale quell'impareggiabile sapor-Johnny Stecchino in grado di sdrammatizzare qualunque gravame. I cerotti abbandonati da qualcuno a pochi centimetri dal banchetto di scuola dove mi sono seduta. Per dire che sempre un po' si resta feriti e contusi dalla vita, ma va bene così, fa parte del gioco. E infine il santino della Porziuncola, di quel luogo minuscolo e pieno di santità fatta di cose umili e semplici. "Dolce sentire che non son più solo, ma che son parte di una immensa vita". La prossima volta almeno una domandina su S.Francesco, dài. Che di sicuro è gratis, ecologica e pacifista. Perché ora - vada come vada, vinca il migliore - abbiamo tutti un insopprimibile diritto alla pace.