In fila per papa Francesco. In
fila per vedere Wim Wenders e il suo “Perfect Days”. Sono davvero “giorni
perfetti” i nostri. Giorni perfetti per parlare di pace. Per non arrendersi
alla guerra, per bandire questa parola dai nostri dizionari.
Passando da piazza Unità in
questi giorni accaldati sembra che non sia successo nulla. Tutto come prima, la
fontana al suo posto e i palazzi della più bella piazza affacciata sul mare lì,
fermi, immobili. Ma i luoghi parlano non solo di ciò che vediamo, di ciò che è
lì stabile e immutabile, ma anche di ciò che quei luoghi hanno visto e che si è
impresso dentro di noi.
Così, anche se è passata più
di una settimana dalla visita del papa nella nostra città, il desiderio di
scrivere e ricordare è rimasto qui, nel cuore, seppure un po’ annebbiato dal
sole e dal caldo. Quello stesso sole che a un certo punto, nell’omelia del papa
gli ha annebbiato la vista e ha fatto scattare un applauso di solidarietà.
Miracoli della vita e di
questa estate triestina: non arrivano solo lo sport, i concerti, l’elogio della
scienza e della tecnologia nella Trieste laica ed asburgica che attrae sempre
più turisti. Arriva un Papa. E che Papa. Ce lo ricorderemo per sempre quel
giorno. Prima una lunga fila, lunghissima, un serpentone inedito che si è
formato almeno fin dalle 7.30 del mattino nelle vie limitrofe alla piazza, attesta
un’amica scesa di buon’ora per assicurare il posto anche a tutto il resto del
gruppo. La messa inizierà alle 10.30 ma dai varchi si può entrare fino alle 9.
E noi siamo lì, tranquilli, in fila, e la città così in fermento alle 8.30 del
mattino di una domenica di luglio chi l’aveva mai vista?
Bello ritrovare nell’attesa
qualche vecchia conoscenza dei tempi che furono, bello scambiare due
chiacchiere e una bottiglietta di acqua ghiacciata. Siamo lì per farci
riscaldare il cuore, per vedere questo grande, saggio anziano, guida spirituale
che riluce come perla preziosa, ha detto un’altra cara anziana. Perché stiamo
per ritrovarci in piazza tutti assieme: tutte le età, migliaia di persone che
si sono date appuntamento sotto il sole cocente perché abbiamo bisogno di
sentire parole di incoraggiamento, di pace, di bellezza, di riconciliazione.
Abbiamo bisogno di non sentirci soli in questo desiderio di un mondo che
respiri, che abbia speranza e non si scoraggi, non si lasci abbattere dal nero
dei pessimismi e delle sirene di sventura.
Per questo anche nei giorni
che precedono il 7 luglio, data della storica visita a Trieste di Francesco, ho
voluto prendermi il tempo per girare tra gli stand della Settimana sociale dei
cattolici. Tanti i messaggi rincuoranti già all’interno dei gazebo, come
questo, che ho scolpito nel cuore: “Non esistono ragazzi cattivi” (Associazione
Kayros di don Claudio Burgio); e poi “I ragazzi non sono vasi da riempire, ma
cuori da accendere”, frase di Plutarco che risuona nello stesso stand per
l’associazione Portofranco, centro di aiuto allo studio che sa guardare alle
difficoltà dei giovani non come emergenza sociale ma come occasione per far
risplendere luci nella nebbia della dispersione scolastica. E ancora i
deliziosi dolcetti allo zenzero e limone di “Cotti in fragranza”, laboratorio
di prodotti da forno nato nel 2016 all’interno del carcere minorile Malaspina
di Palermo.
Il 3 luglio, giorno di
apertura della Settimana sociale, abbiamo seguito da casa gli interventi
inaugurali del presidente Mattarella e del cardinale Zuppi: che volti
meravigliosi, che umanità rinfrancante, che parole tutte da trascrivere sul
fedele quadernetto degli appunti. Vorrei scrivere tutto, non dimenticare nulla.
“Superare la logica della rassegnazione”,
dicono alcuni giovani siciliani in apertura.
E poi il focus su Trieste, città di confine segnata da ferite profonde:
ma “non vogliamo che i confini siano muri, o peggio trincee, ma ponti e
cerniere”, dice Zuppi, uomo che esprime bontà da ogni poro del suo viso. E noi
abbiamo bisogno di sentircelo dire proprio qui, in questa città che ha fatto
parlare di sé per la vicenda dei migranti costretti a vivere a pochi metri da
un Silos nato per far parcheggiare auto, e diventato negli anni disumano parcheggio
di esseri umani invisibili, problema da non risolvere, da dimenticare, da
lasciare lì, a marcire nel putrido.
Le parole sono pietre ma
possono anche essere consolazione, balsamo che scalda il cuore. Anche in questo
momento di grande angoscia per tutto ciò che ci circonda: guerre, ingiustizie,
violenze all’ordine del giorno. Zuppi ricorda anche la tragica vicenda di Satnam
Singh che sognava il futuro, vittima del caporalato e della disumanità. “Oggi
la democrazia soffre perché la società è attraversata da tensioni amico-nemico,
mentre è solo nella relazione che ciascuno comprende il suo valore”. Una lectio magistralis sulla democrazia
arriverà qualche minuto più tardi nelle parole del presidente Mattarella,
rimbalzate il giorno dopo in tutti i notiziari: “Occorre attenzione per distinguere tra il parteggiare e il
partecipare”, e ancora “la democrazia non è mai conquistata per sempre”, perché
dietro questa parola, o forse meglio dentro questa parola ci siamo noi, tutti
noi: io che ora scrivo, voi che vi state prendendo del tempo per leggere. Tutti
noi siamo inclusi e siamo coinvolti, facendo ognuno del suo meglio.
Un po’ come il protagonista di
“Perfect Days” di Wim Wenders: un uomo che ogni giorno pulisce i bagni pubblici
di Tokyo con tutta la dedizione di cui è capace, felice di essere ciò che è,
nella semplicità e nella solidità di una vita che non rincorre stress e
arricchimenti superflui, “così felice di esser nato”, avrebbe cantato Riccardo
Cocciante. E come per miracolo in questi giorni perfetti a Trieste tutto si è
incrociato ed incontrato: il film di Wenders riproposto al Giardino pubblico
con tanto di fila chilometrica, uno spettacolare concerto gratuito con le voci
di Cocciante, Roberto Vecchioni, Simone Cristicchi, Amara, Mr.Rain e
Tiromancino, e infine persino papa Francesco in quella stessa piazza prima
gremita di sedie e poi della più varia umanità.
E si vorrebbe scrivere e
trascrivere tutto, e raccontare per testimoniare e dire che non ci sono solo
nubi nere in questo nostro tempo. Ma anche tanto bene, tanta commozione, tanto
desiderio di ritrovarsi assieme non sui social ma dal vivo, seduti lì, tutti in
piazza in una fantastica sera di luglio ad ascoltare musica “Al cuore della
democrazia”, o in quell’indimenticabile domenica piena di sole e di azzurro ad
ascoltare questo papa profetico e così umano. Così vicino al cuore di ognuno di
noi, che si proclami credente o meno.
Ed è questa forse la vera
vacanza: lasciare il vacuum, il
vuoto, lo spazio libero per accogliere bellezza. Vacanza che sa vagare, che sa
essere vuota di tutto ciò che a volte sembra essere oggettivamente troppo, tra
lavoro e insaziabili quantità di messaggi che affannano e appesantiscono
l’anima. Povere creature che credevano, con la tecnologia, di guadagnare tempo
per sé e invece, lentamente, sono state risucchiate dalla stessa tecnologia,
scambiata per una nuova divinità che tutto stabilisce e tutto crea.
E così, mentre pochi di voi
sono riusciti ad arrivare fin qui perché il pezzo è oggettivamente lungo e
risente della mancanza di un limite dettato dalle battute di una pagina di
giornale, arriviamo alla domenica papale. E a questa figurina bianca che
attraversa i corridoi della piazza mentre noi ci spostiamo a destra e sinistra
per vedere dove riusciremo ad incrociare il suo sguardo, magari per gridargli,
come un gruppo di ragazzi: “Ola chico!
Ti vogliamo bene!”.
Ritrovare “l’infinito nell’umiltà”.
Ritrovare Umberto Saba e la sua stupenda “Città vecchia”, che risuona in modo
così perfetto e semplice nell’omelia di questo papa argentino, gesuita e
francescano al tempo stesso: ritrovare l’infinito negli “scarti” dell’umanità,
negli emarginati, negli esclusi di sempre, tra periferie e disagio esistenziale.
Sentire l’incoraggiamento a tutta la chiesa triestina, sentire gli applausi
quando Francesco cita la rotta balcanica e la necessità di non scartare
nessuno. Lasciarsi abbracciare da questa voce sommessa, mite, di un papa buono
che vuole solo dire bene. Benedire. Ecco, grazie Francesco, sei stato una
grande benedizione per tutti noi e siamo stati felici di accoglierti qui, in
questo angolo di estremo Nord-Est di cui tu hai voluto ricordare la storia e la
grande vocazione: “Da questa città di Trieste, affacciata sull’Europa, crocevia
di popoli e culture, terra di frontiera, alimentiamo il sogno di una nuova
civiltà fondata sulla pace e sulla fraternità”.
Sogniamo che queste parole
raggiungano tutti, potenti della terra che ancora si trastullano nell’inutile e
folle gioco della guerra e della contrapposizione a tutti i costi.
“Impegniamoci insieme: perché riscoprendoci amati dal Padre possiamo vivere
come fratelli tutti. Tutti fratelli, con quel sorriso dell’accoglienza e della
pace dell’anima”.